Non c’erano le parole giuste

1024px-Annie_ErnauxLe parole per dire l’amore, appartengono a un mondo borghese, anche letterario. Nella mia famiglia io non ho mai sentito la parola “amare”, mia madre non mi ha mai chiamato ma cherie. Avevamo dei vezzeggiativi, ma di un diverso ambito semantico. Ma poulle, per esempio (mia polletta). Non esprimevamo i sentimenti, per questo non c’erano le parole giuste. Avevamo una sorta di pudore. Mi capita qualche volta di sentirmi dire che i miei libri sono impudichi. Me lo hanno detto a proposito di Passion simple, che parla di una passione. Ma non è il sesso impudico, ma i sentimenti, e le parole che li esprimono. Esprimere i sentimenti è impudico.

Annie Ernaux intervistata da Elena Stancanelli in Le storie e i personaggi di Annie Ernaux, D – La Repubblica, grazie a Minima&Moralia.

Annunci

A Mosca si vola viaggiando sui cani

978-88-518-0252-3Il nomignolo con cui l’električka [l’equivalente dei nostri treni per pendolari] si connotava nell’ambito del folclore urbano era sobaka (cane). Fioccano le interpretazioni etimologiche; la più avvalorata rimanda all’abitudine studentesca sovietica di viaggiare a buon mercato, talora addirittura senza biglietto, da Mosca a Leningrado, sfruttando coincidenze tra električki che coprivano diverse tratte, come si ci si spostasse su slitte trainate da cani che richiedevano il cambio della muta. Perché non allora cavalli e stazioni di posta? Nessuno, almeno che io sappia, ha per ora dato una risposta attendibile. Altra possibilità interpretativa è l’affinità tra questo tipo di treno che ferma a ogni stazione e l’abitudine dei cani di marcare il territorio con un omaggio a ogni paracarro. Un gruppo rock russo di culto, i DDT, ha immortalato questo nomignolo nella canzone Noč’-Ljudmila (Notte Ljudmila) in cui si attesta che «a Mosca si vola viaggiando sui cani».

Gian Piero Piretto, Elettrotreno, in Indirizzo: Unione Sovietica – 25 luoghi di un altro mondo, Sironi (2015).

Dei dispiaceri

SichiamaFrancescaquestoromanzodiPaoloNoriScendo in cucina, mi metto a preparare il caffè entra in cucina mia mamma che sembra tutta contenta Mamma, le dico, hai cercato Emilio?
Sì, mi dice lei.
Cosa gli dovevi dire?
Gli dovevo dire che delle volte nella vita hai dei dispiaceri così grossi che sono insopportabili, mi dice mia mamma.
Che allora mi fermo, nel fare il caffè, Mamma, le dico. Non glielo potevi dire stasera?
Eh, mi dice mia mamma, è tutta la notte che ci penso.

Paolo Nori, Si chiama Francesca, questo romanzo, Marcos y Marcos (2011)

Da un aereo in volo

Da un aereo in volo osservo una striscia di terra che, b9dcae2c53cf6b8a31b8ca3008565066_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyovviamente, è continua. Il fatto che su di essa, segnata da una sottile cresta di monti o da un fiume, o anche in assenza di un qualunque indicatore topografico, debba passare una frontiera, e che gli esseri umani che vivono al di qua di tale linea debbano odiare quelli che vivono al di là, rifiutare di avere scambi commerciali con loro o essere inibiti per legge a visitarli, mi si rivela istantaneamente ridicolo. Purtroppo, a tale rivelazione si accompagna, immediata, la sensazione che non esistano nemmeno valori storici. Da quell’altezza, infatti, non sono in grado di distinguere una protuberanza rocciosa da una cattedrale gotica, o una famiglia felice che gioca in cortile da un gregge di pecore, sicché sono incapace di cogliere una qualche differenza tra lo sganciare una bomba sull’una cosa o sull’altra.

W.H. Auden, La mano del tintore, traduzione di Gabriella Fiori, Adelphi (1999)

 

L’anonimo pescatore

castoro6_1980_stretto_messinaSi è riunito un vertice di tecnici e si sono fatte varie proposte, di cui la più pittoresca era la seguente: telefonare in Tunisia, fare introdurre nel tubo una palla di gomma e pomparvi dietro aria compressa, come si fa nella posta pneumatica: la palla avrebbe raggiunto il carrello sul fondo del Mediterraneo e lo avrebbe sparato fuori.

Si stava ancora discutendo quando si è fatto avanti uno dell’equipaggio: era un ex pescatore, e gli sembrava evidente che il carrello doveva essere pescato. La sua proposta era semplice, rapida e non costava che qualche migliaio di lire; l’uomo è stato condotto in officina, dove si è fatto costruire un grosso amo e lo ha zavorrato con un peso. Ha introdotto amo e peso nella bocca del tubo, e dopo qualche minuto di tentativi pazienti ed esperti ha agganciato il generatore e lo ha tirato fuori.

Non ho conosciuto l’anonimo pescatore, ma nei visi intravisti sul Castoro ho riconosciuto segni che è raro notare altrove. Sono i segni di chi ha coscienza che il proprio lavoro è intelligente ed utile; che esso, se anche è frutto dell’ingegno altrui, contiene margini per l’ingegno di chi lo svolge: che ancora oggi, nel tempo del lavoro non più faticoso ma alienante, è dato recuperare, magari in mezzo al Canale di Sicilia, gli antichi piaceri della competenza messa alla prova e del lavoro ben fatto.

Primo Levi, Ospite del Capitano Nemo, La Stampa (6/4/1980), articolo ripubblicato da Marco Belpoliti su Doppiozero (12/2/2016). Nella foto (da Doppiozero), la nave Castoro sei della Saipem su cui Primo Levi è stato invitato nel 1980.