Vuoi mettere il mio asino in cielo

the_norman_foster_foundation_droneport_otros_1Norman Foster ha iniziato a tenere conferenze sul concetto di dronoporti nelle università di tutto il mondo e ne ha costruito un prototipo per la Biennale di Venezia. Nel frattempo Ledgard è tornato in Africa centrale e orientale per chiedere consigli a politici, imprenditori, burocrati e commercianti locali. Una sera, nel Nord del Kenya, ha cercato di spiegare il concetto a un anziano di Samburu. All’inizio l’uomo ha fatto fatica a concepire l’idea di un robot volante autonomo. Ma dopo qualche minuto si è appoggiato allo schienale, ha sorriso e ha detto: “Ho capito! Vuoi mettere il mio asino in cielo”. Esattamente, ha risposto Ledgard. “Le qualità di un asino sono simili a quelle richieste a un drone da carico: sicuro, affidabile, intelligente, in grado di gestire polvere e calore; economico, non si lamenta mai”.

Ben Taub, Jonathan Ledgard Believes Imagination Could Save the World, The New Yorker (16/9/19), traduzione L.V. Nella foto (Norman Foster Foundation) il rendering del dronoporto progettato da Norman Foster.

Ignorare i cani che le leccavano le dita unte sotto il tavolo

978880467799HIG-768x1190Niente rivelava una buona o una cattiva educazione con altrettanta rapidità del comportamento a tavola e quando Elisabetta fu grande abbastanza per mangiare con gli adulti, dovete prendere confidenza con un nuovo capitolo dell’etichetta. Imparò a maneggiare cucchiaio e coltello (non si usavano forchette), a dire gentilmente «vi ringrazio» anche di fronte ai piatti che non gradiva, a lasciare le ossa spolpate allineate in un angolo del tagliere perché un servo le portasse via e a cercare di ignorare i cani che le leccavano le dita unte sotto il tavolo.

Carolly Erickson, Elisabetta I, Mondadori (1999)

 

Quelli che lui chiama dronoporti

jonathanledgard1La maggior parte delle strade in Africa sono state costruite da potenze coloniali, per l’estrazione di risorse naturali, e quindi collegano i villaggi alle capitali e le capitali ai porti, e difficilmente tengono conto del desiderio di una comunità di commerciare con la collina vicina. Solo metà della popolazione vive a meno di un chilometro da una strada efficiente. Le consegne di sangue ai centri sanitari rurali sono lente e inaffidabili; le medicine refrigerate vanno male prima che arrivino a destinazione.
Una soluzione, ha pensato Ledgard, potevano essere i droni. I droni commerciali non possono trasportare carichi più pesanti di qualche chilo, ma questo presto cambierà. Ledgard si è piuttosto concentrato sulla progettazione dell’infrastruttura: quelli che lui chiama dronoporti, ovvero le stazioni dove un giorno i droni cargo potranno essere ricaricati, caricati, lanciati e riparati. […]
“Una cosa da eliminare al più presto è l’idea di distruzione insita nella Silicon Valley”, ha continuato Ledgard. “Io non voglio distruggere tutto. Voglio solo aggiungere nuove soluzioni. C’è bisogno di moto. C’è bisogno di camion. C’è bisogno di barche, c’è bisogno di macchine, c’è bisogno di treni, c’è bisogno di aerei. Ma forse c’è anche bisogno di una flotta di robot volanti”.

Ben Taub, Jonathan Ledgard Believes Imagination Could Save the World, The New Yorker (16/9/19), traduzione L.V. Nella foto (Lafarge Holcim Foundation) Jonathan Ledgard.

Di Dio ai preti, della salute ai dottori e del disegno ai pittori

978880467799HIG-768x1190Il baby talk, al pari di ogni altro tratto caratteristico del infanzia, veniva eliminato appena possibile e i più piccini dovevano imparare a memoria massime «pie, solenni e fruttuose». Il silenzio era preferibile alla parola nei primi anni d’età, ma se un adulto si rivolgeva a un bambino, questi era tenuto a rispondere nella maniera più appropriata, parlando, come spiegava Erasmo, di Dio ai preti, della salute ai dottori e del disegno ai pittori.

Carolly Erickson, Elisabetta I, Mondadori (1999)

Decretò che la figlia fosse svezzata con la dovuta cura

978880467799HIG-768x1190Anche una questione tanto delicata quanto lo svezzamento di Elisabetta fu gestita a vari livelli. Per prima cosa, lady Bryan notificò per iscritto al primo ministro del regno, Thomas Cromwell, che la principessina era sufficientemente grande e matura per interrompere l’allattamento e dissetarsi da una coppa, e gli altri ufficiali reali concordavano. Quindi Cromwell mostrò la lettera al re, che soppesò la questione e decretò che la figlia fosse svezzata «con la dovuta cura». Comunicò la sua decisione a William Paulet, allora economo di corte, che la trascrisse in una lettera a Cromwell. E, per finire, Paulet scrisse a lady Bryan in vece del sovrano, autorizzandola a procedere. Unita alla sua missiva ve n’era un’altra di Anna, contenente forse delle istruzioni, ma di cui non rimane traccia. Elisabetta aveva da poco compiuto due anni.

Carolly Erickson, Elisabetta I, Mondadori (1999)

Piccola Gerusalemme

Sinagoga_PitiglianoIl libro di Edda Servi Machlin (a cui è seguito un secondo volume nel 1992) non si limita a offrire ricette; racconta anche i suoi ricordi d’infanzia a Pitigliano, una città della Toscana che era conosciuta come la piccola Gerusalemme perché – almeno fino alla Seconda guerra mondiale – aveva da secoli una vivace comunità e cultura ebraica.

Neil Genzlinger, Edda Servi Machlin, 93, Champion of Italian Jewish Cuisine, Dies, The New York Times (1/9/19). Nella foto (Wikipedia) la sinagoga di Pitigliano.