Come il lavoro di un indovino istruito

DFCISrMWAAQJNrwImmaginate di essere un cervello. Siete bloccati dentro un cranio osseo e cercate di capire cosa c’è nel mondo. Non ci sono luci all’interno del cranio. Non c’è alcun suono. L’unica cosa che avete a disposizione è un flusso di impulsi elettrici solo indirettamente collegati alle cose del mondo, qualunque esse siano. Quindi la percezione, ovvero capire che cosa c’è là fuori, è un po’ come il lavoro di un indovino istruito: il cervello mette insieme i segnali che arrivano dai sensi con le aspettative o le credenze precedenti su com’è il mondo, e formula la migliore ipotesi possibile su ciò che ha causato i segnali. Il cervello non sente i suoni né vede la luce. Quello che noi percepiamo è ciò che il cervello ha indovinato al meglio su ciò che c’è là fuori nel mondo.

Anil Seth, Your brain hallucinates your conscious reality, TED Conference (aprile 2017), traduzione L.V. Nella foto (TED) il professor Anil Seth della Università del Sussex.

Avrebbe dovuto essere un sarto

Friedrich_Wilhelm_III_of_PrussiaUomo austero e frugale, Federico Guglielmo III non era un governante che ispirava. Non era né uno in cerca di svaghi né un amante dell’arte come il padre, Federico Guglielmo II, e non possedeva neppure il talento militare e scientifico del prozio, Federico il Grande. Era affascinato dagli orologi e dalle uniformi – tanto che Napoleone, a quel che si dice, affermò una volta che Federico Guglielmo avrebbe dovuto essere un sarto perché “sa sempre quanti metri di stoffa occorrono per l’uniforme di un soldato”.

Andrea Wulf, L’invenzione della natura -Le avventure di Alexander von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, traduzione di Lapo Berti, Luiss University Press (2017). Nella foto (Wikipedia) un ritratto di Federico Guglielmo III.

Il dito di Dio è qui

busa1Nel 1949 un gesuita italiano che si chiamava Roberto Busa fece una presentazione davanti a Thomas J. Watson dell’I.B.M. Busa aveva studiato filosofia e aveva appena pubblicato la sua tesi su Tommaso d’Aquino, il teologo cattolico famoso per la sua opera monumentale. (Il lavoro su un’edizione critica in più volumi della filosofia di Tommaso d’Aquino, commissionata dal Vaticano, ha avuto inizio nel 1879 ed è ancora lontano dalla conclusione). Busa aveva cominciato a chiedersi se le macchine da calcolo di Watson avrebbero potuto aiutare il suo lavoro. Nei successivi trent’anni, con il sostegno di Watson, Busa ha codificato sessantacinquemila pagine di testo tomista in modo che fosse possibile cercarvi parole, riferimenti incrociati e ciò che ora chiamiamo ipertesti. L’Index Thomisticus è stato il primo corpo a essere preparato per la dottrina digitale: il lavoro, cominciato su schede perforate, si è concluso online. “Digitus Dei est hic!”, il dito di Dio è qui , scherzò Busa con un gioco di parole nel 2004.

Nathan Heller, Mark as read, The New Yorker (24/7/17), traduzione L.V. Nella foto (da Cyberteologia), padre Roberto Busa.

 

È ora di mangiare bambini!

CVN_TNY_07_24_17RGBLa scrittura, insieme al fuoco e all’invenzione della ruota, è ampiamente considerata una pietra miliare del progresso umano. Questa visione sembrerà ingenua a chiunque abbia letto molti scritti umani. Nella sua forma selvatica, la prosa è inopportuna, ingannevole e ripetitiva. Gli scrittori sentono il bisogno di “buttare giù cose su carta”, di solito in modo incoerente. Anche nell’umore più circospetto scrivono cose allarmanti perché non sanno dove mettere le virgole. (“È ora di mangiare bambini!”). La vera fonte della civiltà non è la scrittura; è la revisione del testo.

Nathan Heller, Mark as read, The New Yorker (24/7/17), traduzione L.V.

Su ogni tavolo un crisantemo

downloadSi chiamava Il regno della tigella, o qualcosa del genere, che era un nome che, non discuto, poteva anche piacere, io però, se avessi dovuto aprirlo io, un ristorante che però era anche un bar, qui sotto casa mia, alla stessa altezza dell’agenzia di pompe funebri, se mi avessero chiesto di dargli un nome io l’avrei chiamato Tristobar, ci avrei messo dentro delle sedie e dei tavoli neri, dei paesaggi autunnali, e ci avrei messo una scelta di musiche tristi, la sigla di apertura e di chiusura del locale sarebbe stato un tango che si chiamava Desencuentro che, tradotto un po’ grossolanamente, signigicava Sfiga.
Un locale bellissimo, a pensarci, dove si vendeva solo del vino fermo, e dei panini vegetariani, niente dolci, vastissima scelta di amari, su ogni tavolo un crisantemo, vietato fumare.

Paolo Nori, Undici treni, Marcos y Marcos (2017)