Un caldo…

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Master in Numidia (un caldo…)

Anonimo studente, lavagna di un’aula della Business School del Sole 24 Ore, Milano (8/2/17).

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Il frangiato sipario dei tuoi occhi

ldamiani_tempesta_52acPROSPERO Spalanca il frangiato
Sipario dei tuoi occhi e dimmi
Cosa vedi laggiù.
MIRANDA Che cos’è, uno spirito?
Mio Dio, come si guarda intorno!
Che splendida figura, padre.
Ma è uno spirito.
PROSPERO No, piccola. Mangia e dorme
E ha gli stessi sensi che abbiamo noi,
Proprio gli stessi.
Il giovane che tu vedi
È scampato al naufragio
E se non fosse stato appena toccato
Dal dolore (cancro della bellezza)
Potresti dire che è un bell’uomo.
Ha perso i suoi compagni e vaga in giro per ritrovarli.

William Shakespeare, La tempesta, traduzione di Agostino Lombardo, Garzanti (1984). Nella foto (viene da qui), una scena de La tempesta messa in scena da Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano (1977-78).

L’unica voce che plana

1493_fauna-del-veneto_folaga_parco-regionale-veneto-del-delta-del-poLei non so se c’è mai stato da quelle parti, ma – se ci va – lei di qua e di là non vede niente a perdita d’occhio dovunque si metta e dove si volti si volti. Solo pianura di terra sterminata: non un albero, un cespuglio, un qualcosa che s’alzi solo un palmo dal terreno. Giusto l’argine del Po, alto incombente a sei metri d’altezza – lei sta sotto e lui sta sopra – che non sia mai viene giù, la saluto lei e la piana. Ma per il resto una tavola da biliardo: chilometri e chilometri a grano, bietole, foraggio e soprattutto risaie, che quando sono allagate è tutto un plumbeo compatto d’acqua fino all’orizzonte, con solo le piccole strisce – ogni tanto – d’erba verde per passarci in mezzo. Ma quando invece il riso è raccolto, trebbiato e il suolo è asciutto, lei vede queste distese di terra marrone screpolata senza un ciuffo di loglietto o un filo di gramigna a variarne il colore. Chilometri e chilometri di vuoto silente assoluto. Nessuno in giro. Non un alito di vento o una foglia che si muova. Anzi, non c’è proprio nessuna foglia da quelle parti. L’unica voce che plana ogni tanto, rassicurante alle spalle, è il «Pu-àh, pu-àh!» di una folaga o un’anatra in volo. Poi null’altro, se non lo spettrale «Èaahà… Èaahà», della poiana rapace che l’assale.

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini – Parte seconda, Mondadori (2015). Nella foto (viene da qui) una folaga in volo nel Delta del Po.

 

Paolo il danese

paolo-il-danese2Nel parmense, a un pio monaco benedettino – Arndt Paul Lauritzen di ventinove anni, nato a Copenhagen e ordinato prete in Vaticano nel 1942 – toccò diventare “Paolo il danese” e comandare gloriosamente sulle colline di Langhirano e Traversetolo, tra il torrente Enza e la Parma, la Terza Brigata cattolica “Julia”. Ci sono le foto che lo ritraggono il 26 aprile 1945 – liberazione di Parma – mentre alla testa dei suoi partigiani bianchi sfila vittorioso per le vie della città. Nominato subito dal Cln direttore del carcere di Parma, impedisce ed evita con equità e fermezza nei giorni successivi le tante giustizie sommarie che pure si sarebbero volute fare.
Avendo però dovuto anche uccidere in combattimento, Paolo il danese lascerà il sacerdozio e nell’agosto 1945 – a guerra finita – sposerà Rosita, la staffetta partigiana che impiegata di banca aveva fatto continuamente la spola in bicicletta, con armi istruzioni e rifornimenti nella borsa, tra Parma e la sua Brigata sui monti. Avranno tre figli, vivranno in Danimarca fino al 1953 e poi torneranno in Italia. Lui morirà nel 1978 ma la moglie Rosita, i tre figli e tre nipoti stanno ancora lì, in un paesino vicino a Parma. E a Parma adesso c’è una via – via Paolo il danese – che lo ricorda. Onore e pace a lui. Medaglia d’argento al valor militare; concessa – in Italia – a pochissimi altri stranieri.

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini – Parte seconda, Mondadori (2015). Nella foto (Associazione Nazionale Partigiani Cristiani – Parma), Paolo il danese. Mio zio Aldo Cremonini, che era bello almeno quanto Paolo il danese, è stato partigiano insieme a lui.

 

 

 

Telefono all’interno

submarine_emergency_telephone_buoyNei sottomarini dell’epoca della Seconda guerra mondiale, la boa di emergenza era una sorta di cabina telefonica galleggiante nel mezzo dell’oceano. “Qui sottomarino affondato”, si leggeva sulla boa dello Squalus. “Telefono all’interno”. Era come una vignetta del New Yorker che non aveva tanto senso. Mancava una riga: “No, per davvero“. Un cavo collegava la boa al sottomarino affondato. Quando una nave arrivava in soccorso, l’equipaggio tirava a bordo la boa e l’apriva cercando il telefono. Peter Maas racconta questo momento in un libro. Il comandante della nave di salvataggio, Warren Wilkin, prende il ricevitore e dice disinvolto: “Che problema avete?”. Come se avesse accostato vicino a un auto sul ciglio della strada con il cofano aperto.

Mary Roach, Grunt – The Curious Science of Humans at War, W. W. Norton & Company (2016), traduzione L.V. Nella foto (Wikipedia) una boa con telefono di emergenza.

Potrebbe voler disegnare l’insetto

franz_kafka_1910Franz Kafka prima di scegliere copertina della Metamorfosi scrisse a Max Brod: «Mi è venuto in mente, siccome Starke è un vero illustratore, che forse
potrebbe voler disegnare l’insetto. Questo no, per favore, questo no! (…) L’insetto non può essere disegnato. Ma non può essere neppure mostrato da lontano».

Giacomo Papi, Storia delle copertine, Il Post (2/6/16). Nella foto (Wikipedia) Franz Kafka.