Si entra in uno strano limbo catarrale

2018_03_12Sciocchi accenti stranieri. Chi ne ha bisogno? Se, per dire, uno sta interpretando un nazista in un film di Hollywood ha tre opzioni. Uno, parlare in tedesco ed essere sottotitolato. Due, parlare nella propria lingua e lasciare che l’identità tedesca sia implicitamente compresa. Poi c’è la terza opzione, la più comune, che sfida ogni logica: si entra in uno strano limbo catarrale che richiede di espettorare le parole in inglese con una pesante raucedine gotica. Questo potrebbe avere senso se uno parlasse al proprio nemico di lingua inglese nella sua stessa lingua, ma, no, uno deve mantenere l’abitudine anche quando parla con i propri compagni germanici o tetteschi, come loro stessi si chiamerebbero, dato che anche loro indulgono nello stesso inesistente dialetto.

Anthony Lane, “Red Sparrow” and “Foxtrot”, The New Yorker (12/3/18), traduzione L.V.

 

Fiori veri e olezzanti

DSC_0132 (Copia)Ma uno splendido esempio di fiori veri e olezzanti, ritratti col pennello da un pittore della nostra scuola […] lo abbiamo in una sala della Palazzina della Marfisa, la sala a destra con le finestre su la Giovecca.
In alto attorno alle pareti sono parecchi vasoni, assai ornati e dalla forma un po’ tozza e quasi barocca, ma sfarzosi e simpatici. […]
In ognuno di essi è un bel mazzo di fiori uguali; sono fiori tutti da giardino e ritratti con arte spigliata e diligente insieme. È certo opera di qualche scolare dei Dossi e dei Filippi […]
Osserviamo i fiori dei vari mazzi: in un vaso, geranei rossi, i comuni geranei dei quali s’adorna la piccola finestra del vicolo e che olezzano al sole piantati in un vecchio vaso di terra dipinto o in un secchio presso la gabbia del merlo.
In un altro, tromboni giallissimi, ranuncoli, anemoni cilestri e violacei, aquilegie piene di evidenza, la pianta preferita negli arazzi. Negli altri vasi, oleandri, spadacciole gialle e rosse, naturalissime ireos (Iris coerulea), gigli gialli, astri garofanini a mezzo chiamati del Giappone (Dianthus barbatus l.), campanule violacee, crocifere gialle, rose rosse doppie, garofani rossi doppi, violaciocche, tulipani variegati, bianchi e rosa.
Chi entrerà nella sala, e volgerà l’occhio alle pareti, lo avrà rallegrato dalla vita di questa rievocazione serena di una primavera ahimè! troppo lontana e risentirà il fascino buono che può produrre l’arte veramente bella e sana, quella che ha la prima ispirazione sul vero e spesso si compiace della ricerca minuta illuminata di esso.

Filippo de Pisis, Fiori e frutti nella pittura ferrarese, Rassegna nazionale (1917), nella mostra “Filippo de Pisis” a cura di Elisa Camesasca, Paolo Campiglio, Maddalena Tibertelli de Pisis, Museo Ettore Fico, Torino (10/3/2018). Nella foto (viene da qui) Camillo Filippi, decorazione della sala del camino, Palazzina di Marfisa d’Este (dopo il 1554).

Se la situazione ti impedisce di contare ciò che importa

ReflectionSocialArtDato che in Vietnam non c’era un fronte come nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, dato che nessuna posizione era mai permanentemente vinta o persa, il comando militare americano in Vietnam – MACV – ricorse sempre più a una misura unica e macabra di successo presunto: la conta dei cadaveri, la conta dei morti.
JAMES WILLBANKS, storico dell’Esercito statunitense:
“Il problema in guerra sono spesso le metriche. Se la situazione ti impedisce di contare ciò che importa, allora diventa importante ciò che puoi contare. In questo caso particolare, i corpi morti dei nemici erano ciò che si poteva contare.
JOE GALLOWAY, giornalista:
“Con la conta dei morti non ottieni dettagli, ottieni numeri. E i numeri dicono spesso delle bugie. Se la conta dei corpi è la tua misura del successo, allora stai spingendo altri uomini onorevoli, altri guerrieri, a diventare dei bugiardi”.
ROBERT GARD, ex luogotenente generale dell’Esercito statunitense:
“Se contare i corpi è la misura del successo, allora c’è la tendenza a contare ogni corpo come un soldato nemico. C’è la tendenza ad accumulare pile di corpi, e forse a usare meno discriminazione nella potenza di fuoco pur di raggiungere il risultato che si è incaricati di cercare di ottenere”.

Ken Burns & Lynn Novick, The Vietnam War, PBS (settembre 2017), traduzione L.V.