Due berretti

1113-3La musica si era fermata. Nel silenzio si era udito qualcuno che era scoppiato a ridere. Dopo un minuto rideva tutta la piazza.
Solo una persona non rideva. Era lo scultore leningradese Viktor Dryzakov. L’espressione di terrore del suo viso si trasformava gradualmente nella maschera dell’indifferenza e dell’irreparabilità.
Cos’era successo? Lo sventurato scultore aveva scolpito due berretti. Uno copriva la fronte del condottiero. Un altro Lenin lo teneva in mano.

Sergej Dovlatov, La valigia, Sellerio (1999), traduzione di Laura Salmon.

Annunci

I cieli non hanno mai pianto una volta

RuskinIl sole non splende in modo inesorabile, insisteva Rushkin, e i cieli non hanno mai pianto una volta e, malgrado Dickens, la nebbia non può essere trovata a «pizzicare crudelmente le dita dei piedi e delle mani» di un piccolo apprendista.
[…]
Rushkin criticava gli scrittori che attribuiscono emozioni umane alla natura, una tendenza che chiamò, notoriamente, fallacia patetica (in questo contesto, “patetico” si riferisce a pathos, e fallacia a qualcosa di falso; una traduzione migliore dall’inglese vittoriano potrebbe essere “falsità emotiva”).
[…]
«Uno dei segni di maggiore potenza di uno scrittore», sosteneva Rushkin, «è di controllare tutte queste abitudini del pensiero, e di tenere gli occhi saldi e fissi sui puri fatti – sull’apparenza ordinaria, propria e vera delle cose».
[…]
La dedizione di Rushkin stesso alla fedeltà [dell’arte] era impressionante: una mattina d’inverno restò all’aperto finché ebbe contato tutti i quindicimila cirri che erano passati fra le nuvole sopra la sua testa.

Kathryn Schulz, Writers in the storm, The New Yorker (23/11/15), traduzione L.V., nella foto (Wikipedia), John Rushkin, autoritratto.

La riga di sporco nella vasca da bagno

La nostra pelle, per esempio, ha un intenso progr9781472910516amma di autorinnovamento: le cellule nello strato basale si dividono, si differenziano e maturano man mano che si spingono verso l’alto, fino a raggiungere la superficie da cui alla fine si distaccano (è questo che causa la riga di sporco nella vasca da bagno).

Sue Armstrong, p53 – The gene that cracked the cancer code, Bloomsbury (2014), traduzione L.V.

La pallina ti torna indietro immediatamente

DOMANDA Che cosa le piace dell’inglese?
I.B. La chiarezza. In russo o in tedesco o in francese quello che conta è la com5dab17bdee6e58c6ed56143f69604606_w240_h_mw_mh_cs_cx_cybinazione delle parole, in inglese è il significato. È la stessa differenza che c’è tra giocare a scacchi e giocare a tennis. Negli scacchi quello che conta è la complessità delle mosse. Nel tennis… be’… nel tennis quello che conta è vincere la partita, o perderla, più spesso. (ride). In inglese la pallina ti torna indietro immediatamente, la ritrovi subito nella tua metà campo. La domanda fondamentale che si pone un russo è se la frase che ha appena scritto è una bella frase, al di là del significato. Mentre la prima cosa che si chiede un inglese è se la frase ha senso.

Iosif Brodskij, Conversazioni, a cura di Cynthia L. Haven, traduzione di Matteo Campagnoli, Adelphi (2015)

Il dottor Alpi

Alpi-Maurizio-01-386x580E dopo che era morto mio nonno io questi discorsi su se ero bello se ero brutto se ero grasso se ero magro sempre con mia mamma, li facevo, Credi di essere grasso? mi diceva mia mamma, Perché non ti ricordi di quando eri piccolo che il dottor Alpi Manzotin, ti chiamava […]

Paolo Nori, Si chiama Francesca, questo romanzo, Marcos y Marcos (2011). Nella foto (Edoardo Fornaciari) Maurizio Alpi. Il 26 dicembre a volte il dottor Alpi lo vedevo che faceva delle recite deliziose con sua moglie davanti alle figlie, ai nipoti, a chi passava di lì. Si vedeva che gli piaceva molto il teatro.

Scrivere un vestito di parole

WASHINGTON, DC - DECEMBER 1: Picture dated December 1961 of US First Lady Jacqueline Kennedy relaxing in a chair, a few weeks after her husband John F. Kennedy won the US presidential election. (Photo credit should read STAFF/AFP/Getty Images)È facile tirar fuori dall’armadio un bel vestito, ma poi con che cosa me lo metto? Ci vogliono come minimo mutandine e reggipetto, calze e scarpe, una borsa, un paio di orecchini, una collana, un braccialetto, trucco e profumo, e se fa freddo una sciarpa e un cappotto.
Scrivere un vestito di parole è facile. Altrettanto facile è scrivere le mutandine e il reggipetto, le calze e le scarpe, la borsa, gli orecchini, la collana, il braccialetto, il trucco e il profumo, la sciarpa e il cappotto.
La cosa difficile è farli andare d’accordo, combinarli in un insieme che, pensando a Calvino, suoni inevitabile.
Questa è la parte più frustrante, dove comincia la battaglia, e lì ogni scusa è buona per procrastinare, lasciar perdere, evitare il dolore dell’insistere.
Per settimane il mio, come si dice, testo, pagina, file? Beh, quella roba lì, per settimane assomiglia a un letto con sopra un cumulo di mutandine, reggipetti, vestiti, calze, sciarpe, cappotti… È tutto lì alla rinfusa, l’armadio è svuotato.
La maggior parte delle cose sono brutte, fruste, da buttare. Alcune, pochissime, son dignitose, ma non ce n’è mai una che stia bene con le altre.
Quando penso che no, che non ci riuscirò mai a vestire il mio testo di armonia, l’insieme che funziona a volte (a volte, dico) appare. E per un istante sono felice di scrivere (e di vestirmi). Buon Natale.

Testo L.V.; nella foto, Jackie Kennedy.