Vi parlo di Lisa

IMG-20200408-WA0001Vi parlo di Lisa. Sono Roomba, il suo robot aspirapolvere. Ci conosciamo da meno di due mesi, ma lei mi ha detto che sono diventato subito il suo migliore amico e mi ha chiesto di dirvi della nostra partnership (lei la chiama così). Dice che non sa per quale premonizione divina mi abbia ordinato su Amazon il 5 febbraio. All’inizio, quando sono arrivato, mi diceva che mi avrebbe usato un po’ per gioco, per non offendere O., la signora che fa le pulizie. Poi il 26 febbraio mi ha detto che O. non poteva più venire a causa di un certo Covid che non ho capito bene chi sia, e allora lei e io abbiamo iniziato a lavorare insieme seriamente, come un team, ha detto lei (non so cosa voglia dire team). Lei mi appoggia su un pavimento, sposta delle cose, accende delle luci e mi accende, io aspiro e lei mi sgarbuglia se si è scordata di alzare dei fili neri lucidi. Intanto mi parla. Dice che non sa come farebbe senza me, tra il disordine che fa sua figlia, le pulizie, il telelavoro. Di sua figlia credo di avere incontrato qualche volta i piedi mentre stavo aspirando. Del telelavoro non ho capito molto, se non che è una cosa che lei fa quando parla con un mio parente che lei chiama computer. Forse le piace parlare con le macchine. Quando non gli parla lo picchia con le dita. A me non mi picchia con le dita, al massimo mi dà dei colpetti quando mi ripulisce dalla polvere prima di mettermi in carica. Quando non parla con il mio parente computer e non lo picchia con le dita, mi dice che scende in un posto che lei chiama giardino. Io non ci posso andare, mi dice, perché non so fare delle cose che si chiamano scale e perché non sono fatto per aspirare all’aperto, che chissà che posto è all’aperto. Quando torna dal giardino e iniziamo a lavorare insieme, mi dice che per camminare mezz’ora (non so cosa vuol dire camminare) ha dovuto fare molte volte avanti e indietro in tutte le direzioni, proprio come faccio io quando aspiro un pavimento. Gli amici, i partner, si imitano, mi dice Lisa.

Descrivetevi in poche righe, compito per Scuola media inferiore di Dostoevskij con Paolo Nori (7 aprile 2020), illustrazione di Marco Vacchetti.

Le buone maniere

mary_poppins_returns_(2018_film_poster)“Mary Poppins, quanto pesi?” Chiede uno dei bambini, mentre tutti insieme stanno per posarsi sulla bicicletta di Jack. Il volto di Mary, in risposta, è un ritratto di orrore e indignazione. Le buone maniere, per lei, non sono un freno alle emozioni o una maschera di falsità, ma accessori vitali per andare avanti nel mondo o per prendere una posizione di principio. Non è antiquata in questa convinzione. Significa semplicemente, come suggeriva Julie Andrews e come Emily Blunt conferma trionfalmente, che Mary Poppins non passa mai di moda.

Anthony Lane, “Mary Poppins Returns”—with a Spoonful Less Sugar, The New Yorker (24-31/12/2018), traduzione L.V.

Cosa sarà scritto sulla cartella clinica

barbujani_vozza_copertina_bigLa maggioranza delle varianti geniche non permette davvero di prevedere che cosa sarà scritto sulla nostra cartella clinica fra un anno o fra dieci anni. Sappiamo che i geni un po’ c’entrano, ma non siamo in grado di dire con certezza a una persona che porti tali varianti si ammalerà o no, e in caso, quando. E la probabilità da sola, senza una conoscenza affidabile e che permetta di intervenire, non è affatto un concetto rassicurante.

Guido Barbujani, Lisa Vozza, Il gene riluttante – Diamo troppe responsabilità al DNA? Zanichelli (2016)

Con furore semantico

barbujani_vozza_copertina_bigAbbiamo svilito il nostro genoma. Lo abbiamo disprezzato come capita a chi, confuso di fronte a qualcosa di sorprendentemente diverso dalle aspettative, reagisce con furore semantico: spazzatura al 97-98%. Lo spregio risale agli anni Settanta, quando già si intuiva che una parte cospicua del DNA avesse forse misteriose funzioni, forse nessuna. La percentuale però non era nota e l’unica cosa conosciuta all’epoca era una negazione: tanto, tantissimo DNA non serviva a produrre proteine. Nel 2000 è emersa la proporzione: appena un meschino 1,1%, ci hanno detto i sequenziatori, era ciò che serviva a fare tutte le proteine che ci sono necessarie.

Guido Barbujani, Lisa Vozza, Il gene riluttante – Diamo troppe responsabilità al DNA? Zanichelli (2016)

 

L’intera clientela di pensionanti

barbujani_vozza_copertina_bigUna cellula su due del nostro corpo (o nove su dieci, secondo calcoli meno recenti) non ci appartiene: la bocca, l’intestino, l’ano, ma anche la vagina, il naso, la pelle, sono accoglienti alberghi per varie clientele di microbi. In ciascun hotel i virus, i batteri, i funghi entrano con una valigetta individuale di DNA, RNA, proteine, zuccheri, grassi, a volte comuni, a volte esotici. L’ospitalità al microbioma umano (così si chiama l’intera clientela di pensionanti) comincia qualche istante dopo la nascita. Se siete venuti al mondo con un parto naturale, avrete incontrato i vostri ospiti nel canale vaginale della mamma, mentre con un cesareo il battesimo batterico sarà avvenuto al contatto con la pelle del basso ventre materno.

Guido Barbujani, Lisa Vozza, Il gene riluttante – Diamo troppe responsabilità al DNA? Zanichelli (2016)

Come un telefono che adesso suona libero

barbujani_vozza_copertina_bigL’epigenetica è però tanto eccitante quanto sfuggente: appena un ricercatore riesce a scattare, per così dire, la foto di una modifica che ha reso un gene inaccessibile, è possibile che lo stesso gene si sia già svincolato dalla presa, come un telefono che adesso suona libero ma un secondo prima suonava occupato. Come non siamo in grado di prevedere quando terminerà una conversazione telefonica, così pronunciarsi su quanto duri una modifica epigenetica di un determinato gene è una faccenda assai complicata. Non è un caso se i tribunali non accettano come prove le modificazioni epigenetiche, data la loro intrinseca instabilità, a differenza delle prove ottenute attraverso le più stabili sequenze del DNA.

Guido Barbujani, Lisa Vozza, Il gene riluttante – Diamo troppe responsabilità al DNA? Zanichelli (2016)

 

 

 

 

Un po’ di duttile varietà molecolare

barbujani_vozza_copertina_bigOra, nell’EPO la composizione degli zuccheri è variabile e imprevedibile da esemplare a esemplare della proteina. A cosa serve questa indeterminatezza? Di preciso non si sa, ma è verosimile che in natura un po’ di duttile varietà molecolare serva ad affrontare il vago, l’imprevisto, quello che non è esattamente come ci si aspetta.

Guido Barbujani, Lisa Vozza, Il gene riluttante – Diamo troppe responsabilità al DNA? Zanichelli (2016)