I cieli non hanno mai pianto una volta

RuskinIl sole non splende in modo inesorabile, insisteva Rushkin, e i cieli non hanno mai pianto una volta e, malgrado Dickens, la nebbia non può essere trovata a «pizzicare crudelmente le dita dei piedi e delle mani» di un piccolo apprendista.
[…]
Rushkin criticava gli scrittori che attribuiscono emozioni umane alla natura, una tendenza che chiamò, notoriamente, fallacia patetica (in questo contesto, “patetico” si riferisce a pathos, e fallacia a qualcosa di falso; una traduzione migliore dall’inglese vittoriano potrebbe essere “falsità emotiva”).
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«Uno dei segni di maggiore potenza di uno scrittore», sosteneva Rushkin, «è di controllare tutte queste abitudini del pensiero, e di tenere gli occhi saldi e fissi sui puri fatti – sull’apparenza ordinaria, propria e vera delle cose».
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La dedizione di Rushkin stesso alla fedeltà [dell’arte] era impressionante: una mattina d’inverno restò all’aperto finché ebbe contato tutti i quindicimila cirri che erano passati fra le nuvole sopra la sua testa.

Kathryn Schulz, Writers in the storm, The New Yorker (23/11/15), traduzione L.V., nella foto (Wikipedia), John Rushkin, autoritratto.

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