Autostop

hitchbotL’estate scorsa alcuni scienziati canadesi che progettano robot hanno sguinzagliato per le strade degli Stati Uniti un marchingegno bizzarro. L’hanno chiamato hitchBOT […] perché è stato programmato per fare l’autostop [che in inglese si dice to hitchhike, n.d.t.]. Vestito con stivali da pioggia, un goffo sorriso pixellato sulla sua “faccia”-schermo, hitchBOT avrebbe dovuto viaggiare da Salem, nel Massachusetts, a San Francisco per mezzo di un pollice teso e di una personalità vocale presumibilmente accattivante. Viaggi precedenti, in Canada e in Europa, erano stati incoraggianti: il robot aveva sempre raggiunto la sua destinazione. Per due settimane hitchBOT ha vagato per il Nord-Est, dicendo cose invitanti come «Vorresti avere una conversazione? … Sono interessato alle materie umanistiche». Poi è sparito. Il 1 ° agosto è stato ritrovato accanto a un muro di mattoni a Philadelphia, picchiato e decapitato. Le sue braccia erano state strappate.
La reazione è stata rapida. «Inutile far finta di niente, sono ancora devastato dalla morte di hitchBOT» ha scritto un giornalista su Twitter. «La distruzione di hitchBOT ci ricorda una volta di più  che la nostra società ha ancora molta strada da percorrere», ha scritto un blogger.

Nathan Heller, Not our kind, The New Yorker (28/11/2016), traduzione L.V. Nella foto (CBC) HitchBOT in Canada.

Psicologia del sale

salt«Ottanta studentesse hanno partecipato come soggetti a un esperimento in cui altri studenti (maschi o femmine) hanno chiesto loro di passare il sale e il pepe. Questi ultimi erano in combutta con i ricercatori e avevano il naso lungo o il naso normale. I soggetti hanno impiegato più tempo a passare il sale e il pepe quando la richiesta è stata fatta da studenti con il naso lungo, soprattutto se maschi. I risultati sono discussi in termini di teoria e ricerca futura».
Quindi le implicazioni pratiche sono chiare: se desiderate che qualcuno vi passi il sale è meglio che vi procuriate un naso corto.
[…]
Non sorprende che questo non sia il primo studio ad avere indagato la psicologia del passaggio del sale. Già nel 1976 Murdock Pencil aveva pubblicato un articolo fondamentale su questo importante argomento. A questo è seguito nel 1978 un articolo (molto simile) di Michael Pacanowsky. Più di recente Minér Patrick è stato in prima linea nella ricerca in salologia con diversi articoli, anche se questi studi dovrebbero essere presi cum grano
Eppure ci sono ancora tante domande senza risposta su questo argomento. In particolare, quali sono i meccanismi neurali alla base del comportamento del passaggio del sale? Per quanto ne so, non sono mai stati indagati. Per questo motivo, attualmente sto scrivendo una domanda di finanziamento per uno studio di risonanza magnetica funzionale (fMRI) sul passaggio del sale, uno studio che, mi auguro, possa aprire la strada a una più ampia comprensione della neurocondimetrica.

Neuroskeptic, Advances in the Psychology of Passing the Salt (27/19/16)

Cacogenetica

galton_at_bertillons_1893Per Galton il continuo riprodursi di donne e uomini stupidi rappresentava una grave minaccia genetica per la nazione. Thomas Hobbes aveva lamentato uno stato di natura «misero, brutto, brutale e breve»; Galton temeva uno stato futuro infestato da esseri geneticamente inferiori: miseri, brutti, britannici… e brevi. Le masse che incombevano erano anche le masse che si riproducevano e, lasciate a se stesse, avrebbero a suo avviso inevitabilmente generato una vasta razza inferiore plebea (egli definì questo processo «cacogenetica», il contrario dell’eugenetica, dal greco kakós, «cattivo»).

Siddharta Mukherjee, Il gene, traduzione di Laura Serra e Roberto Serrai, Mondadori (2016). Nella foto (Wikimedia) Francis Galton.

Una parolina molto utile

7544538_1959192Né Bateson né Johannsen avevano la più pallida idea di che cosa fosse il «gene». Non sapevano che forma avesse, quale fosse la sua struttura fisica o chimica, dove fosse localizzato all’interno dell’organismo o delle cellule e nemmeno come funzionasse. Il termine era stato creato per designare una funzione ed era un’astrazione. Il gene era definito per ciò che faceva: era un vettore di informazioni ereditarie. «Il linguaggio non è solo il nostro servo, a volte è anche il nostro padrone» scrisse Johannsen. «È auspicabile creare una nuova terminologia in tutti quei casi in cui si mettono a punto o si definiscono nuovi concetti. Ho quindi proposto il termine “gene”. Il “gene” non è altro che una parolina molto utile. Può servire a designare i “fattori di unità”… illustrati dai moderni ricercatori mendeliani. … La parola “gene”» aggiunse «è del tutto indipendente da qualsiasi ipotesi. Esprime soltanto il fatto evidente che … molte caratteristiche dell’organismo sono specificate … in modi unici, distinti e quindi indipendenti».

Siddharta Mukherjee, Il gene, traduzione di Laura Serra e Roberto Serrai, Mondadori (2016).

Risata vera, risata finta

laugh-until-your-belly-hurts-funny-quotesUna risata genuina, una vera esplosione di gioia sono generate da muscoli e da percorsi neurali diversi rispetto a quelli attivi nella cosiddetta risata volitiva. Si sente la differenza fra il rumore di un’incontenibile risata di pancia di chi risponde a qualcosa di veramente divertente e quello di un più gutturale “ah-ah-ah”, che potrebbe indicare consenso, o di un nasale “eh-eh-eh” di chi magari si sente a disagio. «Una risata finta contiene più suoni tipici del parlato perché è prodotta dalle aree del linguaggio», ha detto il dottor Bryant.
C’è anche una notevole differenza in come ci si sente dopo una risata genuina: si liberano endorfine che causano una leggera euforia e, secondo le ricerche, aumentano la tolleranza al dolore. La falsa risata non produce la stessa sensazione di benessere. Al contrario uno si sente un po’ prosciugato dal dover fingere.

Kate Murphy, The Fake Laugh, The New York Times (20/10/16). La foto viene da qui.