Dal suo fagotto di scialli

20160720123521_cover_webIn seguito, quella stessa estate, superai di gran lunga la mia quota dovuta di situazioni imbarazzanti per lungo tempo a venire. Avevo letto una cosa curiosa nel Libro delle farfalle del danese Torben Langer, pubblicato dall’editore Allhem, un libro magnifico con belle illustrazioni che prendevo spesso in prestito alla biblioteca comunale. C’era soprattutto un passo che sollecitava la mia fantasia, una semplice frase: «È anche ben noto che si possono attirare grandi quantità di sfingidi con le pere, che emettono un’intensa luce ultravioletta invisibile al collezionista».
La frase era un po’ criptica, ma a me non sembrava del tutto assurda. Che gli insetti fossero attirati da ogni genere di frutti mezzi marci l’avevo letto in altri libri, e ovviamente sapevo bene quanto potesse essere utile l’invisibile luce ultravioletta nella caccia notturna alle falene. Qua evidentemente avevamo la combinazione perfetta. Di pere se ne trovavano ovunque, si trattava solo di individuare il tipo giusto.
Che la soluzione del mistero fosse stupida e banale lo compresi solo quando era ormai troppo tardi: in danese pera e lampadina si dicono allo stesso modo e quell’asserzione non era che un errore di traduzione. Come avrei potuto capirlo? La natura era piena di meraviglie. Io ero pronto a tutto. Si poteva essere ingannati dai compagni più grandi, ma non dai libri. Dunque ci avevo creduto. Se le lucciole erano capaci di produrre luce visibile – il che è già un fatto sensazionale – le pere potevano benissimo sprigionare un po’ di luce invisibile.
Dunque doveva essere così, mi dicevo, e indubbiamente sarebbe stato più facile convivere con quel pensiero se un giorno all’inizio del semestre, tornando da scuola, non avessi preso il coraggio a due mani e non mi fossi avvicinato a una delle vecchiette che vendevano frutta in piazza, al Fiskartorget.
«Ha delle pere che emettono luce ultravioletta?»
Avevo valutato con attenzione diverse strategie e alla fine avevo deciso di utilizzare il verbo emettere, come nel libro, ma mi resi conto io stesso di quanto suonava stupido e sentii nello stomaco che qualcosa andava di traverso. La vecchia mi guardò con tanto d’occhi dal suo fagotto di scialli, stracci e maglioni che nascondeva la tozza figura. C’era odore di anguilla affumicata e io ero distrutto. Quali pensieri si agitarono in quell’istante sotto il suo fazzoletto da testa, non oso nemmeno provare a indovinarlo, ma all’epoca la conoscenza delle radiazioni ultraviolette non era particolarmente diffusa tra le bancarelle del Fiskartorget di Västervik. Si limitò a sbuffare seccamente, prima che la richiesta più ragionevole di un altro cliente salvasse la situazione e mi desse la possibilità di battere in ritirata.

Fredrik Sjöberg, Il re dell’uvetta, traduzione di Fulvio Ferrari, Iperborea (2016)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...