Il deodorante viene meno

Esame scritto dalle 8 alle 10.30. Circa 150 studenti – giovani maschi poco pulitc5a969646c752fe1a1299fd87c763a23_w240_h_mw_mh_cs_cx_cyi, con la barba lunga, e giovani femmine ragionevolmente ben curate. Sensazione generale di tedio e di disastro. Otto e mezzo. Colpetti di tosse, gole nervose che si schiariscono, sciami sonori, fruscio di fogli. Alcuni dei martiri sono immersi in meditazione, con le braccia serrate dietro la nuca. Io incrocio uno sguardo ottuso diretto su di me, occhi che con speranza e odio vedono in me la fonte di un sapere proibito. Una ragazza con gli occhiali si avvicina alla cattedra per domandare: «Professor Kafka, vuole che diciamo che…? O vuole che rispondiamo solo alla prima parte della domanda?». La grande confraternita del diciotto, spina dorsale della nazione, si accanisce a scribacchiare. Un fruscio simultaneo, la maggioranza che volta una pagina del quaderno, buon lavoro di squadra. Un polso irrigidito si scuote, l’inchiostro finisce, il deodorante viene meno. Quando colgo qualcuno che mi fissa, i suoi occhi si alzano di colpo verso il soffitto in pia meditazione. I vetri delle finestre si appannano. I ragazzi si tolgono il maglione. Le ragazze masticano gomma a tutto spiano. Dieci minuti, cinque, tre, il tempo è scaduto.

Vladimir Nabokov, Intransigenze, Adelphi (1994), traduzione di Gaspare Bona.

 

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