Due enormi cappottoni

image_bookMentre a Budapest, a Pasqua, leggevo Storie dell’Ottavo distretto di Giorgio e Nicola Pressburger, con la mente continuavo a tornare a qualcosa di indefinito e molto familiare, anche se perso nel tempo, che doveva essere accaduto a Parma. Mio padre me lo ha ricordato, con questa lettera che ha scritto l’anno scorso proprio a Giorgio Pressburger.

Milano 8 settembre 2015

Caro Giorgio,

Il tuo articolo sul Corriere della Sera del 4 settembre scorso (Io, un ungherese in fuga fui salvato dai contadini), mi ha fatto ricordare il nostro incontro di quei giorni, quando tu e Nicola siete arrivati a Parma.
Avevo qualche anno meno di voi e lavoravo all’Associazione studentesca per il Festival Internazionale del teatro universitario e per altre attività culturali.
Un pomeriggio dell’inverno 1956, una telefonata annunciò l’arrivo di due profughi ungheresi, studenti universitari; dovevamo organizzare l’accoglienza e aiutarli nelle loro necessità. Li avremmo incontrati al Croce di Malta, una modesta locanda con alloggio in Borgo Palmia, fra piazza Garibaldi e via Farini, a pochi passi dall’Università.
Seguivo due compagni più grandi: Ivo Pancaldi e Paolo Battistini. Voi aspettavate in strada, era quasi buio. Ricordo le prime impressioni. Due enormi cappottoni: lunghi fin quasi alle caviglie, spessi un dito, file di bottoni e baveri imponenti. Da quei soprabiti, di una foggia che non avevamo mai visto, spuntavano i vostri volti, sorrisi timidi, malinconici ma con guizzi d’ironia. E, cosa miracolosa, parlavate bene l’italiano, con voce bassa, lieve cantilena, dizione corretta. Per noi, è stato un momento indimenticabile: incontravamo due giovani studenti che fuggivano dal loro paese invaso dai sovietici e dai loro alleati.
Clima pesante anche in Italia che rifletteva le contrapposizioni mondiali. E un imbarazzo pungente – devo confessarlo – per noi che eravamo di sinistra. Sentivamo però di avere di fronte persone inaspettate, colte e non faziose. Siamo diventati presto amici e più tardi, molto più tardi, almeno per me, sono cambiati anche i giudizi sui Paesi dell’Europa orientale e sull’URSS.
Ho conosciuto meglio Nicola, che era stato assunto alla Gazzetta di Parma e adottato dai giovani giornalisti, tutti nostri coetanei: Maurizio Chierici, Bruno Rossi, Livio Mazzotti e tanti altri. L’ho rivisto poi a Milano, dove in tempi diversi, sia lui che io ci eravamo trasferiti. E, caso curioso, mia moglie Marta era amica di Nicoletta Pallini, sua compagna degli ultimi anni. Ho sempre seguito e ammirato il tuo multiforme lavoro; letto i tuoi articoli e perfino l’Elefante Verde che hai scritto con tuo fratello.
Oggi posso dire che non c’eravamo sbagliati: davanti a noi, in quella sera d’inverno stavano due persone di valore. E che allora la sinistra aveva torto marcio, anche se la destra non poteva avere ragione.
Ecco, caro Giorgio, alcuni ricordi di quei tempi remoti. Mi piacerebbe rivederti a Trieste o da qualche altra parte per colmare le lacune delle nostre memorie.
Intanto ti saluto e ti auguro di star bene a lungo.
Giorgio Vozza

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