Servirebbe?

Hanks spesso cogita e sempre un po’ si diverte. Viene dalla grande classe di attori come Henry Fonda, James Stewarbridge-of-spies-4t e Joel McCrea, che hanno portato a perfezione il non-grandioso. Ci fanno credere che l’oratoria, fatta bene, appartenga al tinello, o al retro del bancone di un negozio.
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Questa è la prima volta in cui i fratelli Coen hanno lavorato con Spielberg, ed è una miscela felice. Si sente un rinvigorimento dello spirito, oltre a una consapevolezza acuta e molto in stile-Coen che con i luoghi comuni, che abbondano nel genere dello spionaggio, bisogna flirtare.
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Il nucleo di questo film è una situazione di stallo altrettanto tesa e avvincente di tutte le cose che accadono nelle strade ovattate di Berlino. Quello che ci eccita è Rylance di fronte a Hanks: l’attore inglese, lodato per le sue performance teatrali e noto a mala pena al pubblico del cinema, contro il consumato professionista di Hollywood. Potete vederli mentre si sondano furtivi, chiedendosi quale sarà la prossima mossa. O domandandosi, nel caso di Hanks, se Rylance si muoverà affatto. Gli ammiratori di «Wolf Hall», sulla PBS, lo avranno riconosciuto come Thomas Cromwell, fermo come una statua fra le ombre, e con qualche disagio avranno realizzato di non poter distogliere lo sguardo. Rylance fa la stessa cosa qui, nei panni di Abel; lo guardiamo guardare tutti gli altri, come se la vita fosse un’infinità di spie. «Non mi sembra preoccupato», Donovan dice la prima volta che si incontrano, e Abel risponde con una domanda leggera: «Servirebbe?». I Coen trasformano la risposta in un ritornello che ricorre e diventa ogni volta più sardonico e divertente. Fino all’irrequieto finale, dove Abel è l’uomo più calmo in vista. Si potrebbe suggerire che nel «Ponte delle spie» tutto è un po’ troppo sicuro, certo, garantito, e che l’elogio alla decenza americana avrebbe potuto essere un po’ meno persistente. Ma quando un film è così divertente, con tempi così dolci, e un’atmosfera evocata con tanta abilità, vogliamo proprio lamentarci? Servirebbe?

Anthony Lane, Making the Case, recensione a «Il ponte delle spie», The New Yorker (26/10/2015), traduzione L.V.

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