A Mosca 17 anni dopo

20150813_161704Non vedo stereotipi che camminano per strada.
Non vedo bevitori che traballano nei salotti della metropolitana.
Non vedo innamorati, mamme, bambini (e ne incrocio parecchi) tristi o preoccupati o perplessi. E questo nonostante la guerra; il bulldozer sulla punta di grana e altri cibi stranieri proibiti; il rublo impoverito; un signore al Cremlino che non sorride; e un ponte sulla Moscova dove i fiori, quelli tristi, si rinnovano.
Non vedo tanti vecchi (forse perché i pensionati non viaggiano più gratis in metrò?).
Non vedo polvere.
Non vedo fango.
Non vedo vestiti grigi o beige, ma tinte allegre come quelle delle chiese.
Non vedo stradoni a quattro corsie vuoti (ma neppure un traffico apocalittico, da città di 12 o 14 milioni di abitanti).
Non vedo quasi più le Lada che ricordano le Fiat 124 (ma Mercedes, BMW, Range Rovers non hanno l’esclusiva in questa città).
Non vedo più tantissimi palazzoni nati da quel sogno prefabbricato che tendeva alle briciole (alcuni sì però).
Non vedo quei chioschi fitti che in ogni sottopassaggio mostravano merci per cui non c’erano le parole.
Non vedo negozi vuoti o trasandati.
Non vedo posseduti dalla letteratura nelle case di Tolstoj e di Cechov. Anzi, lì non c’è proprio nessuno. Qualcuno da Bulgakov, malgrado didascalie solo per russi.
Non vedo palazzi che mi fanno paura. Le sette sorelle, gialle e non più nerastre, hanno perso l’aria sinistra. Perfino la Lubianka tinta di fresco sembra sdentata, addomesticata (lo so, lo so che non è buona; è solo che la cosmesi fa quell’effetto lì, che tutto appare un po’ migliore).
Non vedo persone che diffidano del deodorante.
Non vedo sguardi inquieti quando cinque bambine cantano «Rossia, Rossia, Rossia…» dal palco di un centro commerciale di cinque piani e soli giochi a due passi dal Cremlino.
Non vedo una moltitudine che parla inglese neppure fra le bigliettaie dei musei (il “Moscow Times” dice che tre russi su quattro non sono mai usciti dai confini).
Non vedo più un Paese “in transizione”, come si diceva allora.
Non vedo quelli che c’erano nel ’98: americani, tedeschi, francesi, italiani… Piuttosto armeni, iraniani, cinesi, azeri e altri, che non saprei puntare il dito sulla carta geografica e dire da dove vengano.
Non vedo tantissimi sorrisi d’oro (ma ancora un po’ sì).
Non vedo rimpianti per il «come prima». Vedo il desiderio del «lasciateci stare così», che con i cambiamenti non si sa come si va a finire da queste parti.
Non vedo statue del signore del Cremlino (la sua faccia, le sue pose stanno sulle tazzine dei souvenir e, immagino, in TV).
Non vedo cibo cattivo (ma anche 17 anni fa trovavo deliziosi i pelmeni, i blinis, i vareniki, i pierogi).
Non vedo mandrie di borseggiatori in libertà.
Non vedo tante babuske che vendono lamponi e mirtilli (ma qualcuna sì).
Non vedo quasi nessuno che compra nei negozi lussuosi del Gum.
Non vedo un solo giornale straniero in edicola (ma forse non servono più?).
Non vedo esageratissime oligarchesse (giusto qualche superstite ricoperta di marchi, diamanti, segni di bisturi; la maggioranza delle moscovite è graziosa ed elegante).
Non vedo poverissimi (ma un mese di stipendio medio arriva a 500 Euro, su per giù, e più di 13 milioni di russi vivono con meno di 150 Euro al mese, secondo il “Moscow Times”).
Non vedo più di una escort in albergo (e quando ce n’erano tante avevano un altro nome).
Non vedo il mio treno notturno, la «krasnaja strela» che con una brocca d’acqua e un fiore in un vasetto smilzo ti portava da Mosca a Pietroburgo in una notte (oggi ci vai in 4 ore in una specie di frecciarossa).
Non vedo guardarobieri o custodi che si vergognano di annoiarsi nei musei. C’è anche chi si toglie le scarpe e dorme. Ecco una cosa che è rimasta uguale.
Non vedo pistole (ma ogni museo, stazione del metro, ristorante ha il rito del suo metal detector).
Non vedo più tanti musicisti che suonano per strada, talmente talentuosi che vorrei mettermeli in valigia e portarli con me (ma un po’ ci sono ancora, per fortuna).
Non vedo ingorghi per andare all’aeroporto, ma lì sulla stradona, fra macchine ferme in attesa dei loro passeggeri ancora su per aria, una volpe sbuca a suo agio dal bosco. È venuta a chiedermi: «tornerai?».
Non vedo, cara la mia Mosca – goffa, smisurata, incongrua -, come mi potrei stancare di te.

Nella foto (L.V.) una spiaggia nel parco Gorkij.

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